Il mondo è silenzioso qui, senza di te, Kit.

tumblr_pkplliI0Py1wplmcwo2_500Un tonfo sordo sorprende tutta la hall, è successo davvero?

Ti giri verso Olaf, mentre qualcosa si spezza dentro di te. Cerchi il suo sguardo, implorante di trovare delle risposte positive, implorante di non perdere quella persona che tanto ami.

Lo senti gridare, con una foga sorprendente, e la tua speranza muore, il cuore si spezza. Cerchi di prendergli la mano e lui si scosta, incolpando anche te di quello che è appena successo, gelandoti con lo sguardo, trapassando il tuo cuore da parte a parte.

– Olaf. – provi a sussurrare, spingendoti in avanti ancora una volta, provando con tutta te stessa a rimanere calma, – Olaf ti prego, ascoltami. –

Non c’è verso, Kit, non esisti più: surclassata al ruolo di assassina, di traditrice, il cuore di Olaf non lo riesci più a raggiungere. Ha la mente annebbiata, arrabbiata, infuocata e non ti sente, o non vuole sentirti.

Forse, pensi, anche lui si sta rendendo conto di doverti lasciare indietro e ancora, forse, sta respingendo l’ennesimo dolore. Non lo puoi sapere, ma sai che quando lo cerchi per l’ultima volta con lo sguardo, lui è sparito a fianco al corpo del padre, che giace esanime sulle scale. Sai che Beatrice e tuo fratello stanno scappando verso l’uscita e che Esmé non può tenerti in piedi, sei diventata out, perché, supponi, deve essere out la sorella dell’uomo che ha rubato, insieme alla ladra, la zuccheriera.

– Mi dispiace, Olaf. –

 

Kit è un nome che ti è sempre piaciuto pronunciare, perchè è corto, simpatico, fresco. Kit è quel nome che non ti saresti mai stancato di cantare al vento, perché è il nome della donna che ami.

Ma Kit, è anche quel nome che adesso ti lacera l’ultimo brandello di cuore: perchè poter pronunciare un nome, se dall’altra parte nessuno può risponderti?

– È colpa mia, l’ho allontanata io. – ti sussurri per l’ennesima volta, barcollando nei tunnel della società segreta, – È colpa mia. –

Il punto è che la colpa non è stata di nessuno dei due, il punto è che è successo e basta: potresti tornare da lei e dirle che non hai mai smesso, un solo giorno, di amarla, potresti tornare da lei e dirle che fa niente, che potete stare insieme, che ci si mette una pietra sopra, che non è un danno irreparabile, se certamente non fosse un danno irreparabile.

I tuoi occhi cadono presto sul cartello che porta alla sua casa e in tuo cuore fa un giro, una capovolta dolorosa che ti ricorda il suo nome, ti ricorda tutte le volte che le tue labbra lo hanno pronunciato, tutte le volte che le hanno baciato la bocca e come, infine, quest’ultima fosse così brava a chiamare proprio te.

Olaf. Ti sembra quasi di sentirla, mentre ti sorride davanti a Lago Lacrimoso, o mentre ti incita ad andare a leggere la frase del suo libro preferito, o di nuovo, mentre la scansi per raggiungere il corpo di tuo padre. Eppure, nonostante tutto, vorresti sentirlo ancora.

Ti accasci alla parete, appoggiando la fronte sul palmo, – Kit. Kit. Kit. –

 

 

Pensavi che sarebbe stato semplice farsi amare e amare di nuovo, che essere felice non avrebbe richiesto lo sforzo che ci stai mettendo: ti accorgi, ovviamente, che più il tempo passa, più ami Dewey. È un processo naturale, ma allo stesso tempo doloroso.

A volte ci pensi, ti viene in mente Olaf che ti guarda con uno sguardo vuoto, ad anni di distanza e ti promette che prima o poi, magari in un’altra vita, ti avrebbe baciato di nuovo. Ti promette che, nonostante non possa fare a meno di odiarti, una piccola parte di te non ha mai lasciato e mai lascerà il suo cuore. E mentre le fiamme che ha appena appiccato divampano intorno a voi, ti sembra di riconoscerlo, di rivedere quella scintilla che ti aveva fatto innamorare.

Dewey ti bacia la fronte e tu torni alla realtà, eclissando il passato, – Tutto bene? – ti chiede, dopo che hai smesso di consigliarli libri da leggere. Come dirgli che, l’ultimo che ti era venuto in mente, te lo aveva letto Olaf una delle ultime sere, per farti addormentare?

Gli prendi la mano, scuotendo il capo, – Tutto bene, Dewey. –

 

Non è lo stesso, non sarà mai più lo stesso: cercare di amare Esmé non è come perdersi nei capelli corvini di Kit, cercare di amare Esmé non è come osservare Kit per ore mentre legge, perché cercare di amare Esmé, non è come innamorarsi davvero di Kit.

Scuoti il capo, mentre devi alzare ancora la voce per dirle di smetterla con la sua zuccheriera, perché non tutto può girare intorno ad una cosa così, così… futile? Forse non lo è, non lo sai, non lo comprendi.

Hai perso un padre, hai perso l’amore della tua vita e lei ha perso l’ultimo pezzo del suo servizio da tè, come può non capire?

Pensi a come potrebbe essere la tua vita se non fosse mai successo niente, se tuo padre non fosse morto, se Kit non ti avesse mai lasciato; ti chiedi come sarebbe stato vivere con lei, come sarebbe stato vederla sorridere tutti i giorni, annusare il suo profumo tra le coperteo ancora baciarla, abbracciarla, sfiorarle il corpo con le dita, sussurrarle battute all’orecchio e, sopratutto, come sarebbe stato se non avesse mai smesso di amarti.

Sospiri, lasciando Esmé a sbollire la rabbia, alla disperata ricerca di calmare la tua testa, nella quale rimbombano troppi pensieri, troppe immagini, troppi desideri senza colore, né musica.

– Il mondo è silenzioso qui, senza di te, Kit.

 

Sia ℘

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