Tra Mattia Pascal e Zeno Cosini.

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In un clima di avanguardia e modernismo nascono, nei primi anni del Novecento, due dei romanzi più significativi del secolo che, anche se caratterizzati da una storia diversa, contengono entrambi una tematica fondamentale: il personaggio dell’inetto, colui che è incapace a vivere.

Questa figura non nasce con la pubblicazione della ” Coscienza di Zeno ” (1923) e del ” Il fu Mattia Pascal “, poiché era già comparsa nei panni di Renzo Tramaglino, protagonista dei Promessi sposi, che sarà costretto a viaggiare a causa delle sue scelte sbagliate; più peculiare è il motivo di viaggio di Mattia Pascal invece, dipinto come un uomo oppresso da una vita familiare infelice e accusatoria, costretto quasi alla fuga per disperazione da un mondo che, privato del conforto della madre e dei boccoli della figlia, gli sta sempre più stretto e lo porta così, casualmente, a Marsiglia e poi chissà, magari verso l’America.

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Si incontra tra l’altro, per la prima volta, la pesantezza di un personaggio nato e creato dalla follia, messa in scena per esempio nella scoperta del suicidio di Mattia, in cui l’uomo, spaventato e confuso, si alza, ride, si risiede e, finalmente, accetta la sua nuova condizione e diventa Adriano Meis. Ho riportato la parola ” follia ” perché è proprio la biografia di Luigi Pirandello a permettermelo: negli anni di scrittura e revisione del romanzo, l’autore accudisce diligentemente la propria moglie, ammalatasi di pazzia.

L’angoscia che viene trasmessa e che Mattia prova, è la stessa che percepisce Italo Svevo, ancora prima di far nascere Zeno Cosini: dopo la pubblicazione dei suoi due primi romanzi ” Una vita ” e ” Senelità “, sentirà il bisogno di abbandonare la scrittura perché nessuno, se non l’amico James Joyce, sarà in grado di apprezzarlo. Uguale sentimento di solitudine e ricerca di accettazione è quella che prova Zeno, allontanato per cinque giorni dalla casa del Malfenti.

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Facile accorgersi così di un collegamento profondo fra Mattia e il Cosini, che raccontano le impressioni e le angosce degli uomini di primo Novecento, ammaliati dalle nuove idee di psico – analisi di Freud, che lo stesso Svevo avrà modo di studiare, per giudicarle funzionali, non tanto alla cura dei pazienti, ma alla scrittura: non a caso la ” Coscienza di Zeno ” si apre con la prefazione del Dottore S., sotto il quale il protagonista è in cura, e si chiuderà con il capitolo ” psico – analisi “, dove la stessa verrà abbandonata e giudicata inutile.

Mattia e Zeno diventano quasi fratelli di sentimenti, di sventure: al disinteresse di Romilda, corrisponde quello di Ada, alla morte della madre, quella del padre. Eppure, nonostante tanti simili particolari unificanti, tra i due qualcosa di diverso c’è: uno rimane qualcosa che ” fu “, il niente, l’altro si sente guarito, vincitore; è inevitabile chiedersi contro chi il Cosini abbia avuto la meglio, quindi è bene che apra una piccola parentesi conclusiva anche sulla lotta tra l’inetto e il lottatore, tema per altro filosofico e ispirato a Schopenhauer: come esempio porto quello di Adriano Meis e Terenzio Papiano, che lottano entrambi per l’amore di Adriana e dal quale Mattia si dovrà allontanare. Inoltre, tornato a casa, assisterà al matrimonio tra Pomino, ennesimo lottatore, e Romilda e deciderà di rimanere qualcosa che più non è.

Al contrario Zeno assisterà alla morte di Guido Speier, cognato e ” antagonista “, e si sentirà guarito e decisamente meno inetto.

Il Pascal e il Cosini rimangono due figure emblematiche del Novecento, rispecchiando in qualcosa i propri scrittori: se Pirandello rimane appresso alla moglie per tutta la vita, senza mai abbandonare quella vena folle di Mattia, Svevo si ritroverà anch’esso vincitore, esattamente come il suo Zeno, venendo celebrato all’estero, grazie al già citato Joyce, e in Italia, sopratutto in modo postumo, grazie a Montale.

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