Il giovane Holden – J. D. Salinger.

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È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.

Il libro di cui tratto questo mese mi è particolarmente caro: l’ho letto un paio di volte nella mia vita e l’ho trovato doppiamente straordinario.

Si tratta in verità di un rapporto nato scolasticamente, che si è poi evoluto in una lettura piacevole ed equilibrata; parola per parola, mentre Holden si descriveva ai miei occhi, io mi affezionavo a lui, sentendomi persa nel mondo tanto quanto lui.

Sorrido ora, a ripensare alla leggerezza di un tale libro, alla diversità di un personaggio simile: non nascondo certo che potrei trovarmi davanti ad uno dei miei libri preferiti.

 


 

Sono passati cinquant’anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell’aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua “infanzia schifa” e le “cose da matti che gli sono capitate sotto Natale”, dal giorno in cui lasciò l’Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. Ma sono i suoi pensieri, il suo umore rabbioso, ad andare in scena. Perché è arrabbiato Holden? Poiché non lo si sa con precisione, ciascuno vi ha letto la propria rabbia, ha assunto il protagonista a “exemplum vitae”, e ciò ne ha decretato l’immenso successo che dura tuttora. È fuor di dubbio, infatti, che Salinger abbia sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l’immaginario collettivo e stilistico del Novecento, diventando un autore imprescindibile per la comprensione del nostro tempo. Holden come lo conosciamo noi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi “e tutto quanto”, “e compagnia bella”, “e quel che segue” per tradurre sempre e soltanto l’espressione “and all”. Né chi lo ha letto potrebbe pensarlo denudato del suo slang fatto di “una cosa da lasciarti secco” o “la vecchia Phoebe”. Uno dei libri del Novecento che tanto ha ancora da dire negli anni Duemila.

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La verità, amaramente, è che la trama qui riportata non è quella originale ed immagino non lo sarà mai. Nella più completa sincerità, quando voglio parlare di qualcosa, ma non voglio commettere errori pensanti, mi affido alla copertina del libro, che questa volta è bianca come una tavola di un pittore pigro.

Se ne sta a guardarci quel bianco sfacciato, ci invoglia ad aprire il libro, senza trama, senza disegni sulle copertina, lasciando che sia il lettore a capire il libro, lasciando che lo possa apprezzare a piccoli tocchi. Così l’ho amato io, così spero lo abbiano amato tutti.

 


 

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