Una birra, per quella ragazza al bancone.

Una birra, per quella ragazza al bancone.

Serri le palpebre, impassibile.

Come si può andare avanti così, mandando giù l’amarezza giorno per giorno, senza avere la possibilità di dire quello che si pensa? Scuoti il volto, dando le spalle a quello che credevi fosse l’amore della tua vita.

Non parla, anche lui rotto dal troppo dolore del passato, ancorato ai rimpianti. Eppure, sembrava che l’aveste superato, anche quella volta.

Ti tocchi i capelli, sospirando pesantemente, sentendolo uscire dalla stanza per lasciarti da sola. Come sempre, come ogni volta.

 


 

 

La sera di sette anni prima.

 

– Una birra, per quella ragazza al bancone. – senti qualcuno dire, ad alta voce dietro di te. Sorridi, mentre quella specie di barista alza le spalle e ti porge un boccale di acqua gialla. Dovresti dirlo, che la birra non ti piace? Sorridi, imbarazzata, mentre tocchi il manico freddo e hai un brivido lungo il braccio.o-BEER-GLASS-facebook

 

Un ragazzo, dall’aspetto insolito si presenta ai tuoi occhi, con un ghigno felice sul volto, nella speranza di aver fatto colpo. Non lo vuoi deludere, perché almeno lui ci ha provato a fare un primo passo.

– Piacere. – ti porge la mano, tranquillo. Ma la gente non lo sa che esistono milioni di germi in tutto il mondo? Riluttante, realizzando di averlo lasciato in quella imbarazzante situazione per più dei consueti due secondi, restituisci la presentazione e gli dici il tuo nome. Sei sicura che tra qualche minuto se lo sarà dimenticato, proprio come tu avrai dimenticato il suo e, il barista dietro al bancone, passerà a sussurrarvelo all’orecchio, sogghignando.

Si siede al tuo fianco, ingenuamente, senza neppure informarsi se sei contraria o meno da quella chiacchierata. Insomma, come se una birra fosse in grado di conquistarti.

Serri le labbra, mentre comincia a parlare del suo lavoro, della sua esperienza. Per cortesia verso di te, butta dentro nel discorso anche un paio di battute e sei costretta a ridere di gusto, per pura gentilezza verso lo sconosciuto della birra. Birra che, tra parentesi, non hai mai toccato.

– Non la bevi? – scuote la testa, corrugando le sopracciglia. Al tuo diniego ti sfiora le dita, per rubarti il boccale dalle mani: il contatto non ti fa provare nulla perché il vetro è diventato tanto caldo, quanto la sua pelle.

Sospiri, senza farti vedere, mentre lui si gira a salutare un paio di amici che entrano adesso dalla porta di ingresso. Come ti era capitato? Il barista, come suo solito, alza le spalle, deponendo le armi.

Grazie tante.

– Ma, che sciocco, non te l’ho ancora chiesto, che lavoro fai tu? –

 


 

 

La mattina di sette anni prima.

 

Apri gli occhi, girandoti nelle tue coperte. Non sai a che ora sei tornata a casa, la sera precedente, non sai nemmeno come ci sei arrivata a casa, ma la sicurezza di essere stata solo la ragazza del bar di una notte, è tanta.

Eppure, lo vedi lì, quello sconosciuto con un nome troppo lungo per sforzarti a ricordarlo, ti guarda sorridendo e tu, nel tuo malessere, fai altrettanto. Ti bacia sulla fronte, scostandoti una ciocca di capelli sbarazzina.

– Buongiorno. – le sue parole sono asfaltate dalla stanchezza di una notte di sesso sfrenato, nel letto di una sconosciuta che non beve birra.

Vorresti chiedergli se non ha da fare, se è proprio indispensabile che lui rimanga lì ancora un solo minuto di più, ma lui dal letto non si schioda. Ti rimane incollato come una patella alla roccia e parla, parla troppo.

Vorresti domandargli anche perchè parla tanto con gli sconosciuti, visto che esistono gli psicologi per un consulto e una pacca sulla spalla.

Scuoti la testa, reprimendo i sentimenti negativi e gli lasci il tuo numero, per la promessa di un altro appuntamento, visto che quella mattina eri troppo occupata per stare sdraiata. Occupata a fare nulla e decisa a togliertelo dai piedi.

– Ci conto, mi raccomando. – si rinfila la maglietta, riluttante di lasciare il tuo appartamento. Gli sorridi, mostrandogli il tuo telefono nella mano.

Ti prende il volto, alzandolo con due dita sotto il mento e ti rapisce per un bacio veloce, sotto le prime luce della mattina.

– Buona giornata. –

 


 

 

Sei anni e qualche mese prima.

 

Chissà perché la tua mano è così inabile al movimento quando devi fare qualcosa e assolutamente negata per stare ferma, se è costretta a farlo. Reprimi questo pensiero, mentre lui te la tiene ancora stretta alla sua.

Lo sta facendo da due ore, nel tentativo di portarti in giro per la città e farti vedere quei negozi che vedi da quando hai cinque anni, perché da quelli in giù non ricordi nulla.

Eppure, mentre sorride mostrandoti l’ennesimo articolo, ti scappa una risata non forzata.

Lo guardi e non vedi più uno sconosciuto al bar e tu non ti senti più la ragazza che rifiuta una birra, tu sei tu e lui è lui. Palese, mannaggia.

Il tuo cuore perde un battito, nell’esatto istante che ti accorgi che è carino, con quegli occhi marroni tanto già visti e quei capelli ordinari.

Ti fermi, mentre cerca di tirarti verso le candele profumate, per dirti qualche delle tante gli dà nausea.

– Cosa c’è? – si gira verso di te, con il sorriso sulle labbra. Scuoti la testa, baciandolo con delicatezza. Nulla, non c’è proprio nulla di sbagliato.

 


 

 

Sei anni prima.

 

Ridi di gusto, buttando la testa all’indietro. Il tuo cuore batte e anche il suo.

Fissi il tuo panino al salame sul tavolo, mentre lui addenta il suo con velocità.

– È stata una lunga giornata, ho una fame da lupi. – si giustifica, con la bocca piena. Alza le spalle colpevole di aver dato a quello spuntino un morso enorme e di averne mangiato già quasi metà.

Gli offri anche il tuo, in un attimo di gentilezza e premura. Non vuoi che soffra fino all’ora di cena.

– Ti amo. – lo dice così, senza pensarci. Lo fa perché è giusto che dopo un anno di relazione uno sia libero di parlare dei propri sentimenti. Ti blocchi, con il preciso istinto di riprenderti il tuo panino, ma quelle parole ti sconvolgono più di quanto vorresti.

Sei felice, di averle sentite. Sei felice che te l’abbia detto e che l’abbia fatto anche così.

Sorridi, mentre lo ami anche tu.

Appoggia il panino nel piatto e ti bacia la bocca eccitato e ti prende tra le braccia.

– Posso mangiarli dopo i panini? – lo chiede scioccamente, mentre ti toglie la maglietta e tu gli slacci i pantaloni con velocità.

Potrà sempre mangiare panini, l’importante è che continui ad amarti.


 

 

Quattro anni prima.

 

Come è diventato tuo marito? Alzi le braccia al cielo, scagliandogli contro la sua completa immaturità in quella situazione. Doveva proprio fare quel commento davanti alla cameriera dell’albergo?

Non ti chiede scusa per aver flirtato davanti ai tuoi occhi, con una donna che non è sua moglie, ma aggiunge carne al fuoco, – Mi hanno offerto un lavoro, in Inghilterra. –

Cosa spera di ottenere a dirtelo adesso? Come vuole da te?

Lui lo sa che la tua vita è qui, è nella tua casa, vicino ai tuoi genitori, alla tua migliore amica, ma lui è irremovibile.

– Ci servono dei soldi in più. –

Ma per cosa si usano i soldi se non si è felici? Scuoti la testa, lasciando che una lacrima ti casa veloce dagli occhi. Si zittisce, fa bene. Non vuole parlare.

Lo ringrazi, ironicamente, per quel terribile viaggio di nozze.

– Prego. – lo sussurra, guardandosi la bottiglia di birra tra le mani, mentre tu alzi i tacchi e torni in camera da sola.

 


 

 

Due anni prima.

 

– Lei non riesce ad avere figli, mamma. Si lo so, lo so che vuoi un nipotino. – ti appoggi alla porta di legno e lo senti al telefono con la tua suocera. Ingoi un altro rospo amaro, mentre vieni criticata – quella che sembra una critica – da tuo marito, l’uomo che dovrebbe sostenerti e che, invece, ti ha portato a migliaia di chilometri dalla tua famiglia.

Stupida Inghilterra, stupide case inglesi, stupida vita inglese.

– Vedrai che riuscirà a rimanere incinta, un’altra volta. –

Come se, perdere un bambino sia una cosa leggera, una cosa che non ti ha segnato.

Batti i piedi a terra, mentre lasci che una lacrima cada sulla guancia.

Perché fa sempre così freddo?

 


 

 

– Dobbiamo parlare. – la porta della camera da letto si riapre magicamente dietro di te, prima di costringerti a mandarti a pezzi ancora una volta.

Gli dici che non hai intenzione di sentirlo, non stasera.

– Io ti amo. Te l’ho detto davanti ad un panino di salame la prima volta, ma l’ho pensato mentre ti pagavo una birra che non avresti mai bevuto. –

Rimani zitta, alzando gli occhi umidi su di lui.

– Io lo voglio salvare, questo matrimonio. – Sospiri, lasciando che il pianto ti logori e ti liberi. Si libera della gabbia che ha intorno e viene sul letto ad abbracciarti, forte affinché tu senta la sua presenza costante. Forte, perché tu ti ci devi aggrappare.

Ti bacia, prendendoti il volto come ha fatto tante di quelle volte, che sembrerebbe quasi noioso, ma quella volta il tocco delle sue labbra ti brucia, ti fa sentire viva.

– Ti amo anche io. – gli sussurri, mentre ti copre con la coperta, permettendoti di smetterla di avere freddo, per sempre.

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